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Autunno 2003. Un ufficio tetro e silente, affacciato sul Golfo di Napoli, arrugginito da anni di chissà quali inutili e tremendi scambi commerciali con il resto del mondo. Fuori dalla finestra immobili nuvole scure.
Lavoravo su un figlio spastico di un 486, un evoluzione riuscita male. Windows 98. Dico, Windows 98 (nel 2003)!... Niente scheda audio, ero costretto a portarmi da casa il lettore CD (anche qui sembra di essere in un’altra epoca) e le mie copie di backup (si, si, di backup, proprio, come no!) di tutta la musica strana che piace a me, per lenire gli effetti da catena di montaggio creati dall’inserire per otto ore filate numeri di fax da mandare a gente che poi rompeva le palle al telefono dicendo, peraltro a ragione, che noi (l’azienda) eravamo a rischio di denuncia, per violazione della privacy.
Provai a dire la mia sulla questione, ma il mio capo, un buzzurro bonaccione con l’esperienza dell’arrampicatore immobiliare partenopeo – che è un esemplare di furbetto del quartierino con un habitat proprio, e con caratteristiche uniche come gli animali che vivono nelle Galapagos, sono unici, e vivono solo là – disse che «Dobbiamo creare sinenergia tra l’azienda e il cliendhe, li dobbiamo condattare, attrimenti come fanno a sapere che siamo summercato?». Il mio capo aveva il sogno di diventare il nuovo Google – sì, proprio lui, voleva diventare il nuovo Google – ma questa è un’altra storia.
Torniamo a quel pomeriggio uggioso. Mi ero portato, tra gli altri, un CD dei Transatlantic, e avevo poggiato la custodia sulla scrivania. La mia stanza era quasi sempre vuota, c’eravamo io e questi tre o quattro aborti di PC. Nella stanza di fianco c’erano i designers, e il programmatore, che io conoscevo da tempo, ma non avevamo mai avuto molto a che fare da quando il Commodore Amiga non tirava più, ebbi solo il tempo di invitarlo una sera a casa mia, farlo diventare come Harry Potter per essersi fiondato a pesce su uno spigolo del vecchio comò della Nonna Annie, averlo fatto ubriacare con litri di Primitivo di Manduria fino a rischiare una fine simile a quella di Jimi Hendrix (però con lo pseudofulmine di Harry Potter in fronte), avergli lasciato lavare il pavimento sporco di vomito con lo Svelto alle 6 di mattina. Dopo non è voluto più venire a casa mia. Chissà perché.
Uno dei due designer era il fratello del programmatore. Quando lo vidi la prima volta pensai che fosse un tipo stranissimo, sempre fagocitato dalla sua sedia da ufficio, sempre serissimo, o forse sempre incazzato. Facevo fatica ad avvicinarmici, avevo l’impressione che se provavo a dargli confidenza sarei stato trattato con indifferenza, o peggio, che sarei stato preso per il culo (questo è un problema che ho fin da piccolo, ma non sto qui per fare psicanalisi).
È stato quel CD che ha sancito l’amicizia tra me e il designer. Si avvicina, chiedendomi se volevo un caffé e se volevo fumarmi una sigaretta con lui. Avvicinandosi, l’occhio gli cade sulla custodia poggiata sulla scrivania. Dice:
- Ah! I Transatlantic!
Ero a dir poco sbalordito. Chi al mondo poteva conoscere un gruppo così? Sicché, da quel momento in poi la musica divenne il collante che univa i nostri animi inquieti – se inquieti possono definirsi gli animi di due operatori di computer. Ogni volta, alla fine della giornata, ci mettevamo a parlare di musica, ma anche di suoni, di rumori. Scoprii che aveva fatto parte di un gruppo a dir poco strambo. Un gruppo molto più strano dei Transatlantic.
E così di anno in anno le cose si sono evolute, e abbiamo scoperto un mondo nuovo, il mondo inesplorato dell’home recording, e dopo aver condiviso scoperte via via sempre più dettagliate, e aver pubblicato album per conto nostro sui canali di distribuzione rigorosamente copyleft, ci siamo incontrati al mitico baretto, il 28 giugno di due estati fa, e abbiamo deciso che era giunto il momento di mettere su un “gruppo”, o meglio, un duo puntozero, un entità che avesse come caratteristica principale la condivisione e lo scambio di informazioni (di suoni) tramite web. Sono così nati gli Stolen Lighters. Vi chiederete (se siete riusciti ad arrivare fin qui, ve lo chiederete di sicuro), da dove verrà mai questo nome?
È il risultato di un mio difetto, di una forma di cleptomania (non strana come recitava la canzone dei fantomatici Sugar Free) che mi prende quando ho in mano un accendino. Mi capita spesso anche con le penne. Ma di più con gli accendini. E il designer è stato praticamente la vittima di moltissime mie sortite, tant’è che era costretto a comprare quasi un accendino al giorno. Forse è per questo che ha deciso di smettere di fumare. Spendeva di più per gli accendini che per le sigarette.
| | Dog Around The Corner ( 441 Listens ) | |
| | Suffering ( 206 Listens ) | |
| | Before Departure ( 114 Listens ) | |
| | Back On Blank ( 96 Listens ) | |
| | Dots ( 71 Listens ) | |