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Per me (userò sempre la prima persona persona parlando di ilmionomenonhaimportanza) è la fine di ogni gruppo che suona e spinge l’attenzione sulla prospettiva frontale del palco, fino ad arrivare là dove un cantante a terra si strazia senza ragione. Ti hanno chiamato leader per farti eccezionale, ti hanno tolto il nome, sudi e ti dimeni per essere romantico, un nuovo eroe dannato, mentre sei solo l’immagine sbiadita di qualcosa che è già stato. Il rito si ripete continuamente uguale a se stesso, la melodia si autoalimenta e riprende quando finisce, il mito si forma quando il rito finisce, quando la gente ritorna a parlare, a fare eccezione, a sentire il bisogno di quel rito lontano che un tempo ripeteva la voce ne seguiva la mano, batteva il piede e rendeva l’azione davvero speciale.
Non sfascio chitarre, non insulto i giornalisti più dell’ordinario ed in genere non sputo.
Sono stato toccato, proprio come i matti sui quali la pressione di Dio si è fatta più forte.
Sono fragile perchè la perfezione è dannatamente fragile da conservare. “Il mio nome non ha importanza” è ciò che chiamiamo una comunità dove ciascuno sta nel mezzo e quel mezzo lo decide lui in base a ciò che sa fare. È questa la cosa più semplice che potesse venirmi in mente: per non complicarsi la vita ci vogliono d’altron- de soluzioni facilmente ri-solvibili.
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