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di Federica Cardia (da www.martemagazine.it)

Come Wu Ming insegna, ogni individuo è anche homo fabulans e si contraddistingue per un insopprimibile bisogno di raccontare storie. E di sentirsele narrare. Anche se in questi tempi di stravaganti stimoli sensoriali ci lamentiamo per la perdita della consequenzialità e dell’anima del racconto romanzato, c’è ancora qualcuno che ama fantasticare intorno alle storie di viaggio, alla perenne ricerca di radici comuni e di segreti nascosti nella cultura planetaria.
I Rein, che ormai da anni tengono alta la bandiera del racconto puro e semplice, questa volta ci portano in un Occidente alimentato dal melting pot di culture diverse e spesso remote, un amalgama di elementi diversi e di sonorità attecchite nel presente o che si perdono nella notte dei tempi. Questo bel doppio disco dalla copertina arancio ha molto da dire e ancor più da dimostrare: da un lato ci dice che non sempre la musica può essere incanalata in rigidi recinti di genere, dall’altra dimostra che il principio della libera circolazione delle idee (il lavoro è stato pubblicato con licenze Creative Commons) può trasformarsi spesso in un conveniente escamotage per gli artisti stessi.
Il suono globale dei Rein comprende allo stesso tempo l’esotico e il made in Italy, così come il rock, il punk, il jazz, il blues, la musica popolare balcanica e irlandese, le sonorità britanniche e francesi, passando per la canzone d’autore e l’elettronica, per approdare infine all’idea (infedele) di patchanka. Il suono del mondo per antonomasia, il miscuglio dei generi e l’essenza del movimento.
I racconti si susseguono a ritmo serrato, arricchiti dal contributo di numerosi artisti vicini al mondo dei Rein, tra cui Bandabardò, Legittimo Brigantaggio, Valentina Lupi e Ratti della Sabina. Muovendosi da un lato all’altro del globo terrestre con estrema naturalezza, i brani toccano le realtà e le tematiche più varie, sviscerando in ogni modo l’idea del viaggio e del movimento perpetuo. Molto sottile e delicato il passaggio da “150 Sprint Veloce”, morbida e soffusa, a “Il Deserto di Piero”, che quando recita “Il sole bruciava i nostri vent'anni rubati ai monti e rubati al mare, messi sul treno una mattina per la leva militare”, è bella così per la sua naturalezza, e non ha certo bisogno di un commento critico.

 
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